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Full text of "Il cittadino e la patria : orazione / detta dal can. Ambrogio Ambrosoli nella chiesa di S. Felicita in Firenze il giorno 21 marzo 1847."

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«Ali CAB*. AMBROGIO AMBROSOLI 



ISELLA CHIESA DI S. FELICITA 



IN FIRENZE 



IL GIORNO 21 MARZO 1847. 




BOLOGNA 1847. PRESSO MARSIGLI E ROCCHI 



IMPRIMATUR 

Fr. Sebast. Pallavicino Vie. Gen. S. O. 

F. Gan. Casoni Cane. Eccl. 



AMBROGIO AMBROSOLI 



Il nome del canonico Ambrogio Ambrosoli di Milano 
ricorda uno dei più grandi banditori della divina parola, che 
all'età nostra vanti l'Italia. Chiunque ebbe la fortuna di 
udire questo zelante sacerdote, o lesse alcuni dei molti 
discorsi che, da lui recitati sulle bigoncie del tempio o nelle 
accademie , furono consegnati alle stampe, potrà dire quan- 
ta sia la potenza della parola di questo sacro oratore. Nella 
quaresima che or ora trascorseci fu banditore della legge 
evangelica nella chiesa di s. Felicita in Firenze , e noi sap- 
piamo con quanta sollecitudine vi accorresse per udirlo, il 
popolo, fino dal primo giorno, perchè la fama avea di 
molto preceduto il sacro oratore, il quale valse a destare 
nell'universale ammirazione sì grande, che il tempio mai 
non bastava a contenere la folla delle persone di ogni grado 
accorse per udirlo. L' Ambrosoli non è banditore di una 
parola quasi umana, non adula il credente che lo ascolta , 
non va contento di fargli sussurrare all'orecchio armoniose 
parole, brillanti immagini, di spaziare libero nei campi 
della fantasia con vive descrizioni ; ma annunzia profonde 
verità, pronunzia la parola dell'Onnipotente nella sua ge- 
nuità , con essa penetra negli animi degli uditori, ne cerca 
tutti i secreti : non corre in traccia di plausi , ma di pen- 
timenti , non copre le ferite aperte dalle umane passioni , 
ma le palesa; e quando è necessario, vi avventa il ferro, 
che recide, quando non giova il balsamo, che conforta. 
L' Ambrosoli sentendo la grandezza del suo ministero, dal 
pergamo non teme di atterrire e grandi e piccoli colla 
verità dei divini mandati ; conoscitore profondo del cuore 



)(4)( 

«mano ne fa palesi le ferite , le passioni orribili , che ar- 
recano tanti mali a noi stessi, alla religione e all' umanità. 
A nome di Dio , perciò con quella franchezza , che aver 
deve un ministro del santuario , egli nel suo quaresimale 
in Firenze favellò ai ricchi e ricordò qual sia l'uso che 
debbono fare di loro dovizie, ai poveri e li persuase 
alla cristiana rassegnazione, ai sacerdoti e ricordò doversi 
fuggire l'ambizione, l'egoismo, l'avarizia , l'ozio e l'igno- 
ranza : eccitò i parenti alla religiosa e cittadina educazione 
dei figli , questi alla obbedienza e alla sottomissione , i ma- 
gistrati alla giustizia , la gioventù alla fuga del turpe ozio, 
dell'intemperanza e dei criminosi piaceri, il cittadino all' 
adempimento dei doveri della patria, tutti ad apprezzare e 
amare la religione , a vivere nella pace e nella carità di 
Gesù Cristo. E frutto non bugiardo delle fatiche di un tanto 
oratore non furono i plausi degli uditori , ma quella folla 
di gente, che si stipava attorno a lui, per confessare sue 
colpe nel tribunale della penitenza. E l'ammirazione fu sì 
grande in Firenze ch'egli contro sua voglia fu costretto 
cedere ai prieghi di chi lo chiese di affidare alle stampe 
alcuna delle sue prediche: noi intanto perchè i nostri let- 
tori apprezzino da loro stessi il vero merito dell'Ambrosoli 
nella cristiana predicazione, perchè ammirino in lui il vero 
banditore della divina parola, riportiamo per intero il Con- 
gedo e la Benedizione eh' egli dava a Firenze nel dì ul- 
timo di sua predicazione, non che la predica il Cittadino 
e la Patria , le quali ci furono inviate dalla gentilezza 
dello stesso autore , che andiamo lieti di avere fra i migliori 
collaboratori di questo giornale, perchè sappiamo quanta 
sia la sapienza di lui nella educazione morale e religiosa 
della gioventù : sapienza che dimostrò dal pergamo tutte 
volte che favellò sulla educazione ; ma specialmente nella 
festa delle spighe, del giardino Puccini a Pistoja, e nei 
diversi istituti di educazione della città di Milano. 

D. ZANELLI. 



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Una gara, uno scontro d'interessi e d'industrie, un 
movimento universale di progetti, di viaggi e di studi 
agita in questi tempi la terra. Garantita fin' ora dalle 
esperienze dei popoli la pace universale, piantato su basi 
più vaste il commercio delle cose e delle idee , fatto più 
rapido e facile pei prodigi delle chimiche e delle mec- 
caniche invenzioni il passaggio delle terre e dei mari, e 
così ravvicinati i confini e abbreviate le distanze da paese 
a paese ; ecco lo spettacolo che ci presenta in questi anni 
l'Europa. Se questo fondersi insieme gli interessi, le lingue, 
i costumi, i caratteri, le abitudini ; questo universale furo- 
re di cifre : questo piegare ogni scienza , ogni studio a mi- 
gliorare il materiale interesse degli umani ; questo bisogno 
di cangiamento riuscirà o no al nostro intento; quale av- 
venire ci si prepari quando sarà esaurita la misura delle 
nostre forze inventrici , io noi saprei o noi voglio indagare. 
La corrente è grossa, è rapida, è prepotente, e, vogliosi o 
ripugnanti , ci trascina tutti con sé. Chiudiamo adunque gli 
occhi e lasciamo alla Provvidenza che arriva fortemente dap- 
pertutto la cura di un avvenire che non è più in nostre mani. 

Una cosa per altro io non saprei tacere, o miei cari, 
perchè tocca più vicino la Cristiana morale, ed è, che con 
questo rapido avvicinarsi di nazione a nazione , con questa 
quasi prodigiosa diffusione di pensieri e di industrie, con 
questo copiarci l'un l'altro e fondere insieme tante abitudini, 
tanti interessi e tante lingue diverse , un nobile senso va 
dileguandosi e perdendosi negli umani cuori ; ed è T amore 
della Patria. L'uomo che corre per rapide vie da confine 



)(|)( 

a confine , o , se rimane ai suoi focolari , beve alla fonte di 
facili e moltiplicate scritture, straniere idee e stranieri in- 
teressi, non può amar caldamente il suo paese. E sì l'a- 
mor patrio è la base ed il vincolo di tutte le altre dome- 
stiche affezioni ; che la Patria non è altro che una più va- 
sta famiglia. L'amor patrio è un nobile e dignitoso senti- 
mento , che tien luogo di famiglia ; e il vero amor patrio 
non può associarsi nel nostro cuore a vili e degradanti pas- 
sioni. Non vi riesca dunque strano , o miei cari , eh' io fac- 
cia oggi argomento delle nostre osservazioni una virtù oscura 
e poco men che obbliata, togliendola alla classe delle so- 
ciali , e facendone una virtù cristiana ; voglio dire gli uffizi 
del Cittadino verso la sua Patria. 

Come questo senso che natura ci donò e la Provvidenza 
ci ha fomentato nel cuore, venga poco a poco dilatandosi 
in noi ; quali ne siano i consigli , i confini , i pericoli ; come 
il disamare la Patria soglia essere indizio del decadere gli 
uomini e i costumi; come coir amor della Patria negletto 
vengano insieme a sperdersi ed abbrutire i più nobili sensi 
dell' uman cuore , non mancheranno ragioni a dimostrarlo , 
se , come io mi propongo , noi verrem dimandando alla 
Religione , sola misura e mercede ad ogni umano valore , 
come debba amare la Patria il Cristiano. ~ Che se già 
mi avvenne altre volte, o miei cari, di entrar colle nostre 
disamine , più che nei vasti e non difficili campi delle dog- 
matiche controversie, nel vicino e malagevol terreno delle 
umane affezioni ; se già mi tenni a debito il parlarvi dei 
reciproci legami e doveri, di padre a figlio, di marito a 
sposa, d'uomo ad uomo, di padrone a servo, non dove- 
vamo noi toccare almeno una volta il debito di cittadino 
a paese ? dovevamo noi obliare sola e negletta in un angolo 
dell' uman cuore una e non ultima tra le sue affezioni, la 
Carità della Patria? 



)( 7 )( 

Quando il popolo <T Israele ebbe colle sue prevaricazioni 
provocata la collera del Signore così che fosse colma la 
misura di ogni perdono , Dio lo privò della Patria. Dalle 
sponde dell'Eufrate trassero a devastare il regno di Giuda 
le Assire falangi ; e , poiché la mano vendicatrice di Dio 
le guidava , la spada che Gedeone e Gesuè avevano avvezza 
ai trionfi , fallì nelle mani di Sedecia , e un barbaro cen- 
no strappò ai piaceri e alle abitudini dell'avito suo focola- 
re quel popolo ingrato, e lo trasse cattivo a Babilonia. 
Volse, partendo, un ultimo sguardo a quelle mura fumanti 
del suo sangue quella turba infelice, e, donato l'ultimo 
addio a quelle squallide rovine , si avviò umiliata e gemente 
dietro il carro trionfale de' suoi nemici. Su quella via che 
menava al servaggio le poche turbe sopravissute alla strage , 
non s'udiva che il suono delle catene e qualche ribelle 
sospiro donato ad un tardo ed inutile pentimento. Là sotto 
fi ferreo giogo di mille umiliazioni , di mille stenti , se la 
memoria della Patria veniva a visitar quei miseri, quel 
nome ricco di tante domestiche gioie perdute lacerava un' 
altra volta le ferite di que' cuori , e ne facea più sentito 
e più lungo lo spasimo. Ma quando, compiuto il triste e 
lungo giro delle vaticinate settimane , suonò in Babilonia 
per Israele V ultim'ora della sua servitù, e il cenno del- 
l'Assiro Padrone gli annunziò che l'esiglio era finito, un 
grido di subita gioia in ogni lato si sollevò. Il nome di 
Patria ridestava in cuore a quei miseri la sopita e quasi 
spenta memoria de' bei colli di Giuda ; quelle cetre appese 
ai tristi salici lungo le taciturne rive dell'Eufrate e del 
Tigri sceser giulive a suonare l'inno della Patria anche 
nella terra straniera. Ad uno ad uno giungono di qua di 
là a raccogliersi insieme i redivivi avanzi dell'oppresso 
Israele ; e quale recandosi al seno il pargolo lattante , qual 
soccorrendo del suo braccio al vegliardo a cui l'eccesso 
della gioia cresce lena al fianco e chiama una lagrima 



)( 8)( 

puerile sul languid' occhio, qual riguardando indietro sde- 
gnoso a quelle barbare torri ove giacque cattivo , tutti 
stringendosi in tacito saluto le scarne amiche destre, si 
ricambiano un eloquente sguardo, e si affratellano a torme 
sulle note vie , mil l'altro membrando più fuorché la gioia 
di quel primo mattino in cui sorti coli' alba potran salu- 
tare la prima volta il sol nascente sulle dorate cime del 
Libano e del Carmelo. E giunti sulle rive silenziose del 
Cedron conscie e quasi calde ancora e fumanti dell'assira 
strage , ove le ossa informi dei prodi che le difesero giace- 
ano insepolte, neglette, donato prima il tributo d'una 
fraterna lagrima a quelle tristi e care memorie , mille fer- 
vide braccia rialzavan le mura dell' antica Sion , mille 
sguardi inquieti ricercavano tra quei ruderi gli avanzi della 
paterna dimora, e mille cuori salutavan benedicendo a quei 
colli testimoni e complici di tante loro vicende. 

Ma che cosa è dunque , o miei cari , questo nuovo sen- 
so, che nato in noi colla vita, cresce e si dilata col pro- 
cedere della vita, questo istinto segreto che ti fa quasi 
tue le vicende di quel luogo ove crebbe la tua infanzia, 
e ti fa belle e care anche le sue imperfezioni , le sue mi- 
serie? Che nel riguardare a quell'albero che protesse del- 
l'ombra sua i puerili tuoi giuochi , a quelle contrade ove 
tentavi bambino i primi tuoi passi, ti mette in cuore un 
piacere che nessun luogo della terra potrà mai procacciar- 
ti ; che anche assente in istrania terra ti fa trasalire di 
gioia se una parola del tuo patrio idioma ti tocca 1' orec- 
chio , se ti avvieni ad un concittadino , e ti fa caldo di- 
fensore del tuo paese, e t'insegna a celarne sagacemente 
alle orecchie straniere le infermità e le vergogne? Che vuol 
dirsi la gioia con cui rinvenuto da lunghe peregrinazioni , 
tu saluti da lungi i primi alberi , il primo spuntare delle 
note torri , e sorridi quasi amico ai primi visi che ti 
vengono incontrati lungo le patrie vie ? Che cosa è quel 



)( 9)( 

sospiro di contentezza con cui rientrato nella tua stanza 
vieni a riposare su quel sedile che ti risuscita una ad una 
tante soavi reminiscenze? E perchè anche il vegliardo mo- 
rente che pur s'avvia ad una Patria eterna, se muor lon- 
tano dalla nativa sua terra, non potendo esalare in seno 
a lei il fuggitivo suo spirito, le destina almeno e le invia 
gl'inutili suoi avanzi? — Questa è voce di Dio, o miei 
cari ; è un senso che il Signore stampò nel cuore dell'uo- 
mo quando gli spirava in viso il soffio creatore ; è forse 
uno dei sapientissimi consigli dell'eterna Provvidenza, che 
legando le inclinazioni di ciascun uomo alla terra ove nac- 
que , partiva saviamente a tutta la terra le umane affe- 
zioni, ed impedendo l'eccessivo e capricioso concorso di 
molti uomini ad un solo paese , salvò dal periglio della 
solitudine e dell' abbandono de' suoi il paese a cui meno 
larga de' suoi vantaggi fosse stata natura. E però questo 
amore precede nella umana vita ogni altra affezione; l'a- 
mor figliale spunta con lui, più che compagno, fratello e 
parte : è la prima impressione che ferì i nostri sguardi , 
la prima idea che si stampò nei bambini nostri intelletti. 
Per gustarlo non abbisognò forza d'ingegno o larghezza 
di fortune o cospicuità di natali : cresciuto pari alla vita, 
e dai brevi confini di solitaria stanza uscito fuori ad ab- 
bracciar poco a poco, a comprendere le case, le vie, il 
villaggio , la città , le provincie , divenne un senso ineffa- 
bile, una soave abitudine, un carissimo bisogno, e quasi 
l'oggetto destinato a raccogliere il soverchio degli affetti, 
che, non potendo loro bastare i genitori, uscivano ad amare 
i vicini , le case , il cielo , le pareti , 1' aria , le stagioni , 
il linguaggio, tutti gli oggetti che ci ricordano le prime 
idee , le idee della infanzia , le sole che anche una lunga 
ed operosa esistenza non potrà mai cancellare. 

Ecco l'amor della Patria. È un senso soave che ci fu 
largito a compensarci la perdita dei genitori ; che sottentra 



)( io )( 

nel vuoto eh' ei lasciaronci morendo, ed ereditò da essi il 
diritto di ricordarci la loro immagine, i loro sagrifici, le 
loro benedizioni. È un amore potente che fa belle all'Al- 
pigiano le sue rupi , la sua capanna , le sue ghiacciaie , 
che assente Io siegue e lo punge e lo travaglia sì che ta- 
luno ne muoia ; e quando spinto dal bisogno egli peregrinò 
volontario a più colle contrade a tentar sudando la sorte, 
è la memoria della patria che ne sorregge l'animo cadente, 
e gli fa dolci anche le privazioni e gli stenti , talché rive- 
nuto alla nativa capanna, il più bell'istante di sua vita è 
quello in cui viene a deporre sul freddo suo focolare e 
forse sulle tremami ginocchia dell'infermo padre, il prezzo 
delle sue veglie, de' suoi risparmi e forse della sua fame. 
È un nobile e puro amore, che, che se come ogni altro 
umano senso , non può sempre sfuggire gli eccessi , non 
si associa però mai alla depravazione, non discende T uo- 
mo fino al fango delle basse passioni , e se talvolta riesce 
a passione , non trascorre però mai fino al vizio. 

Non è peraltro , o miei cari , eh' io pensi giustificare 
quegli esempi di patrio non amor ma furore , di che fe 
storie , e non le sole antiche storie , ci ricordan gli orrori : 
né voi direte carità della Patria , ma sì maschera a privato 
orgoglio , velo alla libidine della vendetta , le guerre mu- 
nicipali , le ribellioni alle leggi ed all'ordine stabilito, o 
F uscir Roma ed Atene a portar le stragi e le catene agli 
stranieri , ai lontani , per farne omaggio e gloria alla Pa- 
tria. Stolta e malaugurata profanazione, degna dei tempi 
e degli uomini che l'hanno o sognata o tentata, che per 
illustrare la Patria vorrian bruttarla di sangue ; e per farla 
pregevole e temuta tentan sedersi sulle sue rovine. L'amor 
della Patria , come ragione F intende , e che il Vangelo 
governò a saviezza, a vantaggio, è un tranquillo ed inef- 
fabile senso che non trascende mai all' ira , al furore ; é 
l'amore dell'Uomo Dio, che vediamo rivenir dal deserto 



■)( 11 )( 

a Nazaret ove pure si preparavano pietre a lapidarlo , di 
Lui che poi ritorna dal Tempio alla Patria, ove cresce 
onorandola delle sue virtù. Non è l'amor dei Discepoli che 
invocava celesti fiamme sulla città che li respingeva , ma 
il pianto di Gesù Cristo che deplora le sciagure che mi- 
naccian vicine la nativa sua terra ; che pagato de' suoi 
sagrifizi cogF insulti , de' suoi insegnamenti colle calun- 
nie, delle sue beneficenze colla Croce, volle scritto il no- 
me della Patria fin sul suo patibolo, e là moribondo, tro- 
va ancora un fiato per pregare alla ingrata sua Patria be- 
nedizione e perdono. Imperocché , se la nostra , che è Reli- 
gione di amore, ha stabiliti i confini a tutte le nostre af- 
fezioni perchè non divagassero all'abuso, se portandoci un 
tesoro d'amore, ebbe amore per tutti, amore pei poveri 
e pei tribolati, amore per gli offensori e gli avversi, amore 
per gli stranieri e gli ignoti; non sarà egli un debito cri- 
stiano anche V amore dei vicini e della Patria ? 

È dunque vergogna e danno alla Patria quel turpe ozio 
che abusando i vantaggi di un lauto censo , ritiene quasi 
schiave a poltrire, a istupidire nella inazione tante gio- 
vani intelligenze che a velar di pretesto la loro inerzia, 
accusano la cresciuta concorrenza ai pubblici impieghi o 
alle oneste professioni , e il malagevole conseguimento che 
ne suol derivare. Ma, e come s'ignora, o miei cari, che 
la Patria ha un solenne diritto all'opra ed all'ingegno 
de' suoi figli, e l'ozio è per lei un insulto, perchè pri- 
vandola dell'opera vostra le procaccia le turpitudini dei 
molti vizi, che per sentenza del savio vengono compagni 
o seguaci alla oziosità? Ricchi voi né bisognosi di pubblico 
stipendio , perchè non adoprare le vostre fortune a crearvi 
un'utile occupazione? Mancano vie a poter giovare i vo- 
stri concittadini , studi a glorificare la vostra Patria ? Per- 
chè dovrà- arrossire di un'utile fatica chi seppe preferirla , 
qnal ch'ella foj&ej alla vergogna d'una vita molle ed iner- 



)( 12 )( 

te? Onore all'Uomo, che a crescersi la prosperità che i 
suoi maggiori gli comperarono colle loro fatiche , abbrac- 
ciò l'industria, e sì ne trasse maggiori mezzi a benefica- 
re , ad istruire ; e suscitando col suo esempio nobili emu- 
lazioni, e procedendo collo studio a difficili e dispendiose 
ricerche non consentite a poveri ingegni , potè dal fondo 
della sua stanza gettar dei lumi al suo paese e concorrere 
alla sua prosperità. Ma a voi, o giovani, che abdicando 
ad ogni dignità d'uomo, ad ogni debito di cittadino, an- 
date fiaccando tra gli inutili e forse criminosi piaceri di 
una molle esistenza le forze e la mente, da cui si atten- 
deva la patria lustro e decoro , a voi vergogna e pietà. 
Con quale diritto dimanderete voi al vostro paese una con- 
siderazione , una stima che voi primi non sapeste a lui 
procacciare? E nel declinar della vita, come potrete voi 
aspirare al riposo di una onorata vecchiaia, che giovani 
non faticaste a guadagnare ? Come avrete voi diritto a spe- 
rare onorata la vostra tomba, sulla quale non si avrà po- 
tuto scrivere che un nome ignoto? 

Diciam tutto , o miei cari : in tanta ricchezza di gio- 
vani ingegni onde andiam debitori ad una lunga pace , e 
pure vorriano dirsi amorosi della Patria , trovereste voi 
chi per solo senso di giovarla si applichi a studiarne la 
storia? Chi amasse ritornare indietro colla immaginazione 
fin nei secoli andati a ripopolar col pensiero questi templi 
e queste vie d'altre foggie e d'altri costumi? Chi sentisse 
in cuore un senso di patrio orgoglio in ripensando ai savi 
che dettarono le nostre leggi o prepararono coi loro studi 
la nostra civiltà , ai valenti che protessero col loro sangue 
questi confini, ai cuori larghi e generosi a cui dobbiamo 
quei sontuosi edifizi vittoriosi di tanti secoli e di tante vi- 
cende , edifizi che nella maestà della loro mole parmi 
guardino con un senso di compassione a queste odierne 
nostre costruzioni , alle quali non so se la strettezza delle 



)( 13 )( 

nostre mani o quella delle nostre idee abbia trovate sì 
meschine dimensioni? 

Chiameremo noi utile , o solo innocente passatempo , 
diremo brama di illustrare la patria di straniere cognizioni, 
quella che inspirò al nostro secolo una manìa di viaggi 
che se procede ancora avrà presto confuse insieme tutte le 
nazioni della terra? Non li vedete voi superbi del primo 
ombrarsi di lanugine l'orgoglioso mento, correre altre rive 
ad ammirare altri monumenti , ignari intanto e digiuni dì 
tante meraviglie che qui stavano facili al loro fianco? Se 
questo furore, questa inquieta sete di movimento fosse, 
come si vuol da taluni, ragionevole intendimento ad una 
piacevole istruzione, in tanto peregrinare di cittadini, non 
ne avremmo noi già sentito il beneficio? Ma dove sono (se 
pochi savi si eccettuino ) dove sono le utili scoperte , le 
applicazioni ingegnose , dove la merce delle straniere idee 
che fosse per essi venuta a crescere e migliorare le no- 
stre ? Che altro ritrae la Patria da tante fortune ite a 
sperperarsi su tutta la faccia della terra, se non r inne- 
starsi sul patrio tronco le fatuità straniere , che , mentre 
logorano tante esistenze, rubano intanto alla Patria ciò 
che suol essere l'orgoglio di ogni paese , una foggia sua, 
il suo carattere, la sua fisionomia? Che altro riportano 
costoro dalle loro corse se non il vanto di sapere come si 
danzi o si ceni o si vesta sulle nebbiose sponde del Ta- 
migi o su quelle della Senna ? E che altro resterà loro 
un giorno di tanto agitarsi fuor del patrio nido, se non 
la solitudine e il rimorso d'aver inutilmente gittato altro- 
ve un patrimonio che a miglior dritto reclamava la patria , 
e , che è peggio , un abborrimento pel nostro costume , 
pel nostro linguaggio, e fin pel nostro governo, che li fa 
stranieri fra i suoi ed avversi a tutto che non è straniero ? 
Mancava forse la Patria di istruzioni e di piaceri , perchè 
si avesse a mendicarne dagli ignoti? Mancavano rose belle 



)( 14 )( 

e facili a cogliersi perchè si invidiassero le lontane? Man- 
cavano alla nativa loro provincia soli ridenti, ed aer pu- 
ro , e poggi ameni , e ricche campagne , e monumenti e 
memorie ch'ei debbano irsene ad agitar l'incensiere innanzi 
alle altrui? Come amare la Patria fuggendola , come gio- 
varla standone sempre lontani? E come non si vede una 
volta che in questo gittarsi a cercare impressioni sempre 
nuove che si cancellano una l'altra, si perde ogni attitu- 
dine a tranquilla riflessione , scemano anche le affezioni 
domestiche, i giudizi della mente e i sensi del cuore di- 
ventano fuggitivi e vagabondi così come il corpo ; e intan- 
to la Patria è frustrata dei suoi diritti , è tradita nelle sue 
più belle speranze? 

Se non a tutti fu consentito egualmente di poter giovare 
del loro ingegno e delle loro braccia la Patria ; onorarla 
colle proprie virtù è per tutti; che la virtù non dissente 
da nissuna condizione, non obbedisce a necessità, non di- 
pende da circostanze, ed è bella e pregevole dentro alle 
dorate sale del potente così come nella fredda oscurità 
dell' umil casolare. Non era dunque , o miei cari , per in- 
fiorare la mia orazione della pompa di romorose ed illustri 
vicende, onde solevano servir la Patria gli antichi prodi, 
eh' io venni a ragionarvi di Patria ; ma le mie parole mi- 
ravano infine a ragionarvi di virtù. Imperocché se fin negli 
etnici secoli ci ebbe chi sospettò , essere maggior valore 
nelle segrete battaglie del cuore che nelle sanguinose dei 
campi; se più degli Africani allori di Scipione giovò a 
Roma la continente moderazione della sua vittoria, e di 
Cincinnato piacque meglio l'aratro che la spada : dopo Gesù 
Cristo venuto a predicare la concordia , la umiltà , il per- 
dono, l'amore, s'imparò che la Patria si onora delle vir- 
tù de' suoi figli più che delle conquiste de' suoi eserciti , e 
preferisce l'ulivo all'alloro. Abbiasi dunque l'antico foro 



)(isx 

di Atene, abbiansi i campi di Maratona e i Rostri di Ro- 
ma la loro eloquenza e le loro vittorie , abbiasi il Campi- 
doglio le trionfate sue spoglie : le virtù che cercano e frut- 
tan sangue , che levando ad insolente orgoglio pochi fortu- 
nati lasciavano al pianto ed al terrore molti deboli , infelici , 
quelle virtù non sapriano comporsi colla Religione della 
pace e della beneficenza ; né quelle vorriano pur dirsi virtù 
in un secolo levatosi per una migliore coltura a più dignitosi 
princìpi, a più savi divisamenti. 

Chi dunque vorrà credere , o miei cari , al preteso amor 
patrio di que' nostri , forti e generosi in piangere le pre- 
tese ferite della Patria ma fiacchi a sanarle , ricchi di pro- 
getti ma poveri di sagrifizi , eloquenti a divisare i progres- 
si della sua industria e de' suoi lumi , ma ritrosi e schifi 
a giovarla delle loro beneficenze? Amare la Patria o de- 
clamando scioperati nei ridotti , o sonnacchiando oziosi sui 
libri y o blaterando nelle conversazioni è facil cosa , o miei 
cari: ma l'amor della Patria non istà nella voce ma nel 
volere, non vive di calcoli ma si nutre di fatti. Quindi dal 
privato adempimento dei privati doveri, ove fosse univer- 
sale, nasce il concorso di tutti ad una sola idea, ad uno 
scopo solo, e questo è l'ordine pubblico, e deve proceder 
dall'ordine ogni patria prosperità. Quindi voler amare la 
Patria e violarne le leggi , onorarla colle parole e bruttar- 
la di libertini esempi, vantarne il nome e spregiarne l'avito 
culto, e pervertirvi le incaute innocenze, e strappare alle 
dolcezze della virtù i cuori creduli e semplici , è una solen- 
ne contraddizione, è un misfatto, è un parricidio. Quindi il 
tempo imparziale , che suol purgare le umane riputazioni 
da ogni prestigio di pregiudizi e di errori , e sa giudicare 
gli uomini non dallo strepito che li circondava, ma dai be- 
nefizi che rimasero dopo il loro passaggio , se appena sul- 
le smorte pagine della storia ha donato un senso di pas- 
saggera meraviglia al valore dei Conquistatori e poi lasciò 



)( 16 )( 

che la polvere dell' oblio coprisse a poco a poco i loro se- 
polcri; i nomi di quei generosi che illustrarono la Patria 
e la fecero prospera coll'esempio delle più difficili virtù, 
quei nomi gli ha scritti nei cuori delle generazioni che ar- 
rivano come memoria di benedizione e di amore ; e le tom- 
be di un Vincenzo de' Paoli , di un Giovanni di Dio , di un 
Filippo Neri , di un Carlo Borromeo, e del vostro Antonino, 
brillano ancora non che rispettate , guardate con occhio di 
venerazione e d'invidia dallo straniero che trasse a visitar- 
le , e più ancora che di gemme e di cere , si adornano 
degli omaggi e delle lagrime della riconoscente posterità. 
Quindi conchiuderemo che il vero Patriota è il Cristiano 
che nella sfera ove lo nacque la Provvidenza, esercitando pri- 
vato ed oscuro private ma difficili virtù , avrà così portata 
la sua pietra a compor l'edifizio della patria prosperità. 

Che se fu mai momento a ricordare la Patria , mi par- 
ve questo, o miei cari, in cui quel nome ha ormai invaso 
tutto , e divenne pensiero e parola di tutti. A lei il privato di- 
sputare dei crocchi , a lei il palese o clandestino pronun- 
ciarsi delle opinioni ; a lei le meditazioni del filosofo , i fiori 
dell'amena letteratura, i ritmi del poeta, il bulino, il pen- 
nello ed i marmi ; a lei il feroce insorgere della feccia so- 
ciale, e le giuste apprensioni delle sommità; a lei (e qui 
tutto) di qua il contendere delle popolazioni all'acquisto di 
civili franchigie, e di là o l'inerte non volere o l'aperto 
resistere del potere. In questo conflitto di pretese e di ri- 
fiuti , di tentativi e di resistenze , di sogni e di realtà, il giu- 
dizio non è né del mio povero ingegno , né del mio mini- 
stero , e forse quel giudizio non è né manco degli uomini , 
ma sarà degli avvenimenti che si maturano ancora nella 
mente di Dio. Io non dirò adunque se questo fervido con- 
tendere di tante discordi opinioni voglia dirsi carità o feb- 
bre di Patria; se questo agitarsi di tanti pareri; ridotto 
nell'individuo alle sue vere dimensioni , denudato delle pom- 



)( 17 )( 

pose frasi che lo vestono, e interrogato in segreto cuore 
a cuore non possa ridursi nei più a basso e turpe egoismo , 
a sete o di spoglie altrui o di agognati onori. Questo io 
so certamente perchè Gesù Cristo lo ha detto , che per noi 
suoi discepoli non ci ha sulla terra che un solo partito , un 
solo posto, ed è ai pie della Croce, un solo avversario ed 
è il vizio, un solo campo ed è l'uman cuore. Ah mentre 
il combattere delle opinioni precede forse quello dei cuori , 
mentre la guerra delle parole prepara forse quella delle 
mani, potremo noi disconoscere il nostro mandato di a- 
more, e impugnare altro vessillo che quello tinto di san- 
gue divino e parlante la concordia delle menti e dei cuori , 
la fratellanza la carità, il perdono? Non potremo., figli e 
cittadini anche noi della Patria, lavare anche noi la nostra 
povera voce , aprirlo anche noi quel vecchio libro che sarà 
sempre il più nuovo, e pel quale oro e fango, palagio e 
capanna, spada e aratro, cenci e tesori sono nomi e nul- 
l'altro, onde premunirvi contro certe teorie di rivolta e di 
orrori che vorrebbero scrivere delle pagine di sangue nella 
nostra storia , e impinguar le patrie glebe di cittadina strage ? 
No, noi non taceremo adunque, o miei cari. Vi dire- 
mo che la Patria vuole prima e più che altro l'unanime 
proposito di tutti i suoi figli di volerla onorare non colla 
lingua ma col cuore , non con frasi sonore ma con pacifi- 
che e tranquille virtù : diremo che prima di cercare la Pa- 
tria nelle forme di pubblico reggimento, bisogna saperla ve- 
dere nel savio regime o delle proprie passioni o della propria 
famiglia ; prima di avvisare alle pubbliche sue piaghe biso- 
gna guardare alle nostre e segrete. Che la Patria piange la 
crassa ignoranza del volgo , e bisogna istruirlo ; piange la fa- 
me dei tuguri , e bisogna saziarla ; piange il pericolo delle in- 
nocenze , e bisogna salvarle , il lusso degli opulenti e mode- 
rarlo , le turpitudini del trivio e nettarle . Vi diremo che la 
Patria dell'adolescenza è il domestico focolare, e bisogna por- 



X 18 )( 

larvi la docilità , la riverenza , l'ossequio ; che la Patria del- 
l'artigiano è l'officina, e bisogna bandirne i turpiloqui, le 
ribellioni , la inerzia ; che sono Patria delle madri i loro 
pargoli; e come il materno seno il latte, così il labbro ma- 
terno deve porgere primo l'alimento dei sensi nobili e ge- 
nerosi, e al primo insorgere delle passioni ancor tenere 
deve opporsi, perchè non procedano al peggio , una poten- 
te barriera di amor materno e di materne virtù. Diremo 
che la Patria dell'Avvocato è il Foro, e bisogna bandire da 
quel Santuario ogni men retto intendimento , ogni tortuosa 
e versipelle ragione , ogni disonesto patrocinio ; che è Pa- 
tria del Medico il letto dell'umano dolore, e più e meglio 
che i vili calcoli del guadagno, che misura tempo e di- 
stingue nome , bisogna portarvi colla imparziale indagine 
dell'occhio e della mente il disinteresse di un cuore acni 
è sacro egualmente ogni umano languore 5 che la Patria dei 
Magistrati è il trono, e se piacque alla Divina Clemenza 
di collocarvi un cuore retto e benefico , più che dei putridi 
incensi ad ingannarlo, bisogna recarvi la rettitudine di una 
coscienza immacolata, e il coraggio di una franca e lea- 
le verità. Vi diremo che la Patria è nei campi; e poiché 
quel popolo, spogliati quei vecchi pregiudizi ch'erano al- 
meno un freno alla intemperanza de' suoi desideri, lo ab- 
biamo svegliato noi a nuove idee , bisogna mettere qualche 
cosa a quel posto, bisogna informarlo noi coi nostri esem- 
pi a religione, a probità, se, svegliato, ignorante e bruta- 
le , non vogliamo che si riaddormenti sulle ceneri e nel san- 
gue. Che è Patria del ricco il suo palagio ; e le severe im- 
magini onde si adornano quelle pareti debbono ricordargli 
che piaga della Patria e piaga mortale è l'ozio, la mollez- 
za , la scioperataggine ; che Roma cessò d' esser Patria quan- 
do alla frugale semplicità dei Cincinnati e dei Catoni , al- 
la indominata fermezza degli Scevola , alla continenza degli 
Scipioni succedettero i trionfi delle Messaline, i fremiti ., i 



)( 19 )( 

plausi del Circo, le lubriche feste di Augusto, le rime 
adulatrici del Fiacco e le mense di Lucullo ; che le rive 
istesse del vostro Arno più che dal ferro nemico furono 
vinte e dome dalle vostre municipali discordie , dal molle 
costume e dai facili piaceri del fasto della mensa e dei 
turpi amori. 

Quando la Patria sarà saggia e virtuosa nelle parti che 
la compongono, allora sarà forte e libera del tutto e nel- 
l'insieme verrà meno il bisogno di frasi, di associazioni e 
di libri. Dio disperda il funesto presagio ; ma se le indocili 
tendenze del volgo procederanno a più audaci pretese, se 
la (*) nebbia che comincia ad ingombrare le nostre cam- 
pagne dovesse raccogliersi in nembi e partorir la procella , 
che sarà di noi se non avremo ad opporle che ignoranza, 
egoismo e vizi? Ministri di pace, senza riguardare ad opi- 
nioni, stranieri ad ogni umano interesse di parte, ci tro- 
verete al nostro posto a mettere fra le vostre discordie il 
Crocifisso, il Vangelo, e, se fia d'uopo, la vita; né sarà 
nuovo il veder pagata a prezzo di sangue sacro la concor- 
dia e la prosperità della Patria; ma le nostre parole, ma 
il nostro sangue basteranno forse a ricomporre sul patrio 
altare derli a§imi egoisti e viziosi? 

Ma basta, o miei cari: se l'importanza dell'argomento 
mi trascinò su di uno spinoso sentiero a toccare una piaga 
troppo viva e cruenta, e forse a dire opinioni non vostre, 
se l'uomo no, Dio lo perdonerà alla sincerità del mio in- 
tendimento. Già vostro ch'io m'era per la missione di Ge- 
sù Gristo, voi mi avete fatto vostro un'altra volta per la 
vostra cortese e paziente frequenza , vostro per simpatia di 
gusti, di affetti e di pensieri, vostro per debito di solenne 

(*) Allude ad alcuni disordini avvenuti recentemente nelle cam- 
pagne di Toscana e di qualche altra provincia italiana per tenta- 
tivi di comunismo. 



)( 20 )( 

e santa amicizia. Che se dell'amico è il non tacere anche 
aspra un 7 utile verità , e V ho detta; l'amico che veste sto- 
la, e parla a fianco all'immagine di Gesù Cristo, doveva 
dirvi infine che ove la Patria terrena ci fallisse , ce ne re- 
sta una migliore che non fallirà mai , ed è il Cielo. 



(Dal Giornale Rodano L'Educatore. N.° 17.) 



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DETTE IN ONORE 



DEL SOMMO PONTEFICE PIO NONO 



DEL CANONICO 
neC cftcctaere ca ówa A re r/i cauzione ariiaredimace 

IN FIRENZE L' ANNO 1847. 

COLL' AGGIUNTA 

DI ALTRE DETTE AL CLERO DI PISTOIA 




BOLOGNA 1847. 
PRESSO MARSIGLI E ROCCHI. 



IMPRIMATUR 
Fr. Seb. Pallavicino V. G. S. 0. 



IMPRIMATUR 
Cari. Casoni Cancellarius Ecclesiastic. 




Queste parole inviateci dallo stesso autore 

le pubblichiamo perchè dettate più che 

dal labbro , dal cuore. 



E con questo augurio soave, sia line, o miei cari, all'evan- 
gelico mio mandato. Venuto ora il momento dell'abbandono 
e del saluto, che sarà forse l'ultimo, nella piena degli affet- 
ti che mi si affollano alle labbra , io penso , o miei cari, che 
il silenzio ed una lagrima vi direbbero meglio il mio cuore 
che noi potriano interpretare le mie parole. Ogni parola mi 
par fiacca ed impotente a dirvi l'amore, l'amor santo con 
cui io vorrei imprimere un ultimo bacio sulle vostre fronti. 
Se dalle rive dell'Olona veniva a voi curvo sotto il peso di 
un grave pensiero un oscuro e tremante sacerdote, ora parte 
da voi un fratello , un amico. E a quel senso soave di ami- 
cizia più e meglio che l'umano intendersi di umana e fuga- 
ce simpatia , più che il fortuito incontro di consimili incli- 
nazioni ? è fomento e nodo , una soave consuetudine di cri- 
stiano consorzio., una fraternità di cuori e ài virtù, bella 
delle nostre lagrime , che più volte in questi giorni ho vedute 
mescersi insieme , bella di qualche coraggioso ravvedimento 
venuto a cercare al mio povero cuore rifugio ed ajuto, bella 
della speranza di stringerci un giorno la mano ai piedi di 
Gesù nostro Giudice. Ma , oh Dio , ecco appunto il pensiero 
che in questo istante mi cruccia e mi spaventa ! Non è, miei 
cari, ch'io m'abbia a dolermi di voi cortesi e benevoli che 



mi foste: che anzi se uomo più che sacerdote io m'avessi a 
nudrir di umane più che di divine ragioni, io dovrei esulta- 
re e meco medesimo piacermi della mia venuta. Ma se la inu- 
sata frequenza con cui affrontando talvolta la inclemenza di 
un insolito cielo , e le molestie di un lungo aspettare voi 
conveniste, ad ascoltar le mie parole, che pure tal fiata mi 
fuggivano fervide e severe più che io noi volea; se il con- 
fortante difficile vostro silenzio, che non seppe sempre resi- 
stere a qualche furtivo scoppio di benigno consentire; se 
l'avido intendersi degli sguardi e dei cuori, che venne sem- 
pre ajuto ad un animo che gemeva sotto il doppio peso di 
una stanca salute e di un ufficio maggiore di lui, se il fre- 
quente vostro invocarmi al sacramento di Penitenza ; se i 
molti e non dubbi segni di un amore quanto meno meritato 
tanto più sentito; se fino i cortesi accoglimenti delle private 
famiglie, se tutto questo potea per avventura dentro del mio 
animo riuscir dolce e soave all'uomo , e quest'uomo nell'ab- 
bracciarvi or tutti in G. C. e con G. C. ve ne attesta solenne 
e indelebile la sua riconoscenza... quest'uomo è anche Mi- 
nistro di Gesù Cristo e però trema, o miei cari. — Io so che 
non di plausi ma di virtù, non di terreni favori ma di uma- 
ne lagrime vuole comporsi la nostra corona. Non di me solo, 
ma sì ancora di voi mi sarà chiesto conto , che per questa 
mia missione si aggiunse una nuova pagina a quel libro ove 
si scrivono i debiti e i diritti della eterna mia vita. Ah se 
nelle terribili funzioni alle quali forse troppo facile io mi 
accinsi le mie forze non erano eguali all' impegno; se la mia 
parola non fu degna di Lui che mi ha mandato, o forse 
obliando un istante i gravi destini del Cielo cercava più che 
il cuore gli orecchi; se i divini suoi sensi ministrati da fiac- 
che o indotte labbra non fruttarono messe di virtù; se quasi 
cembalo che suona e bronzo che tintinna sterile e vuota la mia 
voce non avrà tocco un cuore, non risvegliato un rimorso, 
non emendato un errore.... se là nella valle dell'estrema 
misura quando sul cospetto di tutte le umane generazioni 
verrà proclamato il mio nome, io m'avessi a trascinare con- 
fuso a pie del Giudice , e voi stessi aveste a sorgere miei 
accusatori a dire la mia fallita missione, a provocare la mia 
condanna ! 

Ah perdona il mio terrore, o crocifìsso Gesù: io te lo 
giuro, e tu lo sai, se fu povera sul mio labbro la parola, 
non erami povero in cuore il volere. Tu, nel di cui nome 
si disciolse al balbuziente Mosè la favella; tu che gl'ignoranti 



5 

di Tiberiade adoprasti a confondere ì saggi ed i potenti , tu 
che, non ha molti giorni, penetravi inatteso nel cenacolo 
di Gerusalemme a parlarvi di benedizioni e di pace, oh scen- 
di quest'oggi a supplire colle tue misericordie la ignavia e 
la fiacchezza del tuo Ministro. 

Guarda prima sulle rive del Tebro e benedici al tuo 
Pietro. Come te sulla terra, così lui condusse sul trono l'a- 
more della negletta umanità 5 come te maestro di verità il 
sordo macchinar delle sette, così lui avversava un sordo e 
malfido dissentire ; come tu a riscattar dal servaggio della 
colpa , così anch' egli affatica a redimere dall'ignoranza e 
dall'arbitrio l'umana dignità. Te nel deserto e lui sul trono 
circonda di amore e di plausi la turba fedele; cinge anch'e- 
gli una santa ma pesante e spinosa corona; e il suo primo 
ascendere il trono fu come il tuo primo ascender la croce , 
una parola di generoso perdono. Se fu mai uomo che tuo 
simbolo e rappresentante nei diritti e nel potere lo fosse in- 
sieme per somiglianza di cuore e di vicende, egli è desso, 
o Gesù. Ah vedilo sudar sangue anch' egli nell'orto, e i di- 
scepoli o dormienti o dispersi; vedi come il Cielo gli tuona 
sul capo, come gli mugge l'onda disotto; come lo sospin- 
gono i venti discordi , ed egli impavido a guidar la tua nave 
fidato solo alla scorta delle tue promesse. A compiere la 
somiglianza , forse in qualche istante di umano scoraggiamen- 
to , come tu al Padre celeste così egli a te sospirava quelle 
tue parole: Che! m'abbandoni tu? Oh tu non l'abbandone- 
rai, o Gesù; come già la procella di Tiberiade, tu acchete- 
rai quella tempesta di interessi, di passioni e di pretese che 
gli ferve intorno , e veglierà! i giorni preziosi di un uomo 
su cui l'Europa fìssa ansioso lo sguardo, a cui già volgono 
un occhio di amore anche le chiese discordi, e che forse 
tu hai destinato a diventar solo Pastore di un solo e felice 
ovile. 

Guarda anche a questo trono, o Signore; sieno lunghi 
e tranquilli come son virtuosi i giorni di quel sommo a cui 
fidasti i destini dell' Etruria, e crescigli amorosa e saggia in- 
torno la famiglia. E poiché è famiglia del Principe anche il 
popolo , deh volgi dunque anche al popolo uno sguardo amo- 
roso. Se qualche insidiosa favilla volesse minacciare quella 
concorde amicizia che fa bella e soave ogni pubblica e pri- 
vata esistenza, tu la spegnerai, o Signore, tu di cui ogni 
senso, ogni sguardo, ogni parola era senso e parola di fra- 
tellanza , di amore, di perdono. Poiché, come a questo Cielo 



a quesli colli tu largisti più splendidi soli e più venuste e 
ridenti forme , così uguale sortivi ai cuori ed alle nienti il 
fervor degli affetti e la potenza del pensiero ; oh ! fa che non 
minore li prosperi la concordia e la virtù. Come dunque un 
giorno dal Golgota, così oggi da questa Cattedra ove io ban- 
diva indegno i tuoi sensi divini, parla nei cuori una di quelle 
feconde parole che bastarono per diciotto secoli e bastano an- 
cora a volgere in amore gli sdegni, in perdono il rigore, a 
germogliare la pace e la prosperità. 

Benedici all' infulato Preside che ponesti a reggere que- 
sta Diocesi : il Sacerdozio che 1' ha moderatore ed esempio 
sia sempre degno della Stola e della Croce , e governi il docil 
gregge a pascoli di santa vita e di salutari dottrine. 

Serba, o Signore, un posto nel tuo bel cuore al Pastore 
ed ai leviti per la voce dei quali risuona del tuo nome e 
s' abbella questa Chiesa de' tuoi riti: e non niega uno sguardo 
paterno a quegli operosi per le cure dei quali il patrimonio 
di questo Tempio è governato. 

Con quell'amore che basta a tutti, varca l'Appennino, 
o Gesù; la mia insubria e quella cara infanzia a cui volarono 
tante volte i miei pensieri, sentano che se un istante le ab- 
bandonò la mia voce, non le ha certo,obliate il mio cuore. 

Benedici a tutti, o Signore; alle penne ed alle spade, 
alle officine ed ai senati, ai magistrati ed al popolo, agli 
studi ed al foro. Siano tue le gioje dei palagi e le fatiche 
dell'industria, la gagliardia dei robusti e i gemiti della in- 
fermità, la vedovanza e le nozze, i genitori e i figli, i pa- 
droni e i famigli, la infanzia e la vecchiaja , l' un sesso e 
l'altro: e preparaci tutti a stringerci a confonderci in Cielo 
in un solo ed eterno abbracciamento. Qui no, o miei cari; 
ma lassù dove greggia e pastore, maestri e discepoli, guida 
e viandante, saremo tutti eguali, tutti amici e tutti buoni, 
ci pagheremo a vicenda , io a voi la frequenza del vostro 
intervento, la benevola attenzione delle vostre menti, la 
docilità e l'amore dei vostri bei cuori; voi a me le agita- 
zioni e le pene del mio apostolato. Ci rivedremo dunque in 
Cielo. 



)I PI 



Sebbene non è qui solo , o Signori. Già anche il Tebro 
si desta dal suo sonno e vede 1' aurora d'un bel giorno. Il 
più antico ed il più augusto dei troni ha sentito il grido 
della umanità che invocava altre provvidenze ed altri sistemi , 
ed è bello e commovente il vedere la mano che tiene le chiavi 
del Cielo deporre la mannaja e le catene e dispensare mi- 
sericordia e perdono. Ah Gesù Cristo non ha dunque dimen- 
ticate le sue promesse , e il Monte Santo ove riposa 1' Arca 
del nuovo Testamenfo ha ravvivata la fiaccola che deve illu- 
minare il mondo. Le industrie, gli studi, il commercio, 
ogni nobile e liberal disciplina saranno intese nel vero inte- 
resse delle nazioni, e non più calpestate dall' ostinato aggrap- 
parsi a decrepite istituzioni. Il Campidoglio di Cristo ci farà 
un'altra volta dimenticare la gloria del Campidoglio di Numa. 
Le chiavi di Pietro e la corona di Costantino venute in mano 
saggia e gagliarda seppero associare anche l'Altare ai biso- 
gni attuali del secolo,, e quel grido di riverente e calda ri- 
conoscenza che partendo dalle rive del Tebro trovò un'eco 
in ogni remota sponda, ha mostralo chiaro che la tranquil- 
lità degli Stati e la sicurezza dei Governi stanno nell'amore 
e nelle benedizioni dei popoli ^ che bisogna associarsi e non 
far guerra all'incremento delle opinioni e delle cose, per 
ordinarne con sapienza 1' andamento non per farle retroce- 
dere a vecchie ed impossibili costumanze, nello scrivere una 
storia nostra e non nel copiare l' altrui. Gesù Cristo benedica 
dunque al suo Pietro così come noi benediciamo al nostro 
Padre. E possano la concordia dei troni , 1' equilibrio dei po- 
teri, la unanimità delle opinioni , la nettezza degli intendimenti, 
la prosperità delle pubbliche cose pagarli anche in terra e 
per lunghi anni il coraggio con cui Egli posto a sedere sulla 
vetta del nuovo Monte di Sion accoppiava in un solo interesse 
e congiungeva amici Cesare e Dio, e impugnando sapiente 
le redini neglette s' impadronì del movimento e lo fece suo, 
e così donava il segnale e determinava il vero carattere del- 
l' umano progresso. 



8 

Non resta se non che anche voi, o poveri, porgiate 
docili e cuore e mano a chi vi illumina e vi governa. Nel- 
1' opera del pubblico ben essere ia vostra è la parte più 
facile insieme e più potente. Noi vegleremo, noi suderemo 
per farvi migliori , ma senza la vostra virtù le nostre paro- 
le e i nostri tentativi saranno sforzi impotenti e meschini» 
Statevi dunque contenti alla mediocrità dei vostri destini, e 
non uscite o a lamentare il vostro stato o ad emulare 1' al- 
trui : preferite il poco e gretto pane guadagnato da voi 
al molto e facile che vi promettono la pubblica e privata 
carità: tenetevi stretti a Dio, e abbiatelo confidente e giu- 
dice d' ogni vostro pensiero , e fatevi col Vangelo una severa 
coscienza che non transiga mai col dovere e colla virtù. E 
quando vi parrà soverchio il vostro peso, quando la scia- 
gura, vi mescerà l'amaro nel calice della vita, non dispe- 
rate mai né di Dio né di voi; guardate allora a Lui, e pen- 
sate che nel suo Vangelo ci hanno guai e minacce pei ric- 
chi, consolazioni e prodigi pei poveri; che Gesù Cristo volle 
poveri i suoi amici, poveri i genitori, che nacque e visse 
e morì povero più di voi ; che nell' estremo suo tribu- 
nale per voi sarà più mite il giuclicio; più generosa la sen- 
tenza, e che in Cielo i 'primi saranno gli ultimi, e gli ultimi 
i primi. 



et 



r^^pr~y^ WV^ 



L NATALIZIO DI 

E 

PIO NONO 



Amico Carissimo. 



N. 



on lagnarti che io ti scriva di rado 3 poiché quante 
volte vi è stata degna cagione di farlo, l'ho fatto ; ossia ho 
appagato sempre il tuo desiderio , narrandoti le feste che 
Roma in varie occasioni ha celebrale in lode deA suo otti- 
mo principe. Eccomi nuovamente dunque a scriverti; e me- 
glio che per me si potrà ti farò noto quanto ebbe qui luo- 
go per solennizzare il giorno natalizio di Roma : Roma e Pio 
IX, Io sai; sono sola una cosa. 

Sul monte Esquilino, ©ve sorgeano già le terme di Tito, 
stavano in bellissimo ordine disposte a modo di stella (1) 
sette tavole capaci di ben mille persone. Tutto all'intorno 
un gran loggiato, ove siedeano le donne spettatrici, adorno 
di bandiere e di fiori. Dirimpetto alle tavole , altro gran 
palco per le orchestre e i coristi : e quivi pure bandiere e 
fiori e trofei : sull' alto la statua di Roma , e la classica lupa : 



(1) Secondo il disegno del signor Venier : al quale hanno 
a farsi le maggiori lodi non solo per la vaghezza del disegno 
stesso, ma e per V opera da lui 'prestata, e per la sua atti- 
vita sicché ogni cosa venisse a bene. 



in fondo alle tavole di mezzo, in una il busto di Romolo , 
quello di Numa nell'altra. 

Sotto la statua di Roma leggeasi la seguente iscrizione: 

ROMA SONO, CITTÀ ETERNA, DUE VOLTE REGINA 

COMPIO OGGI XXVI SECOLI MA HO GIOVENTÙ IMMORTALE 

IDDIO MI VOLLE DOMINATRICE E MAESTRA DE' POPOLI 

VOI MIEI FIGLIUOLI ABBRACCIO SE IMITATORI DELLE VIRTÙ DEGLI AVI 

FESTEGGIATE IL NUOVO SECOLO CHE COMINCIO 

A PATTO CHE SIA PER VOI 

SECOLO DI VALORE DI CONCORDIA E DI GLORIA 

HO CONSEGNATO I DESTINI VOSTRI 

A BENIGNISSIMO PRINCIPE IN CUI FIDO 

VIVA PIO IX 

Non saprei con parole significarti adequatamele la gioia 
dell' onorato convito. Tai cose è mestieri vederle ; ben posso 
assicurarti che fu bella e santissima cosa. E che di più bello, 
che di più santo che il festeggiare il natale di una città sede 
d'una Religione santissima? Aggiungi l'entusiasmo comune 
pel nostro adorato sovrano. Ad ogni istante echeggiava in- 
torno, benedetto da tutti, il benedetto suo nome; ad ogni 
istante le care acclamazioni — Viva PIO IX — Viva Roma — 
raddoppiavano l'universale contento. 

Personaggi di altissimo grado vedeansì fratellevolmente 
commisti a buoni popolani; la concordia che tanto spesso 
è vanamente raccomandata a parole , scorgeasi quivi cristia- 
namente eseguita in fatto. Dio non ci ha creato tutti della me- 
desima argilla? Il suo divino figliuolo non ha evangelizzato 
l'origine e l'eguaglianza comune? Lode a que' principi ro- 
mani che non arrossiscono del Vangelo ! 

Ma non credere che tutto si stesse in ciò che ti ho 
detto. Viene ora anzi il più bello della bellissima festa. Ora- 
tori e poeti consolavano a quando a quando di loro com- 
posizioni lo spesso e colto uditorio. Fra i quali il Professor 
Orioli, il Marchese d'Azeglio, il Marchese Dragonetti e il 
Dottor Sterbini meritano una speciale ricordanza. La legalità, 
la moderazione, la pace furono l'oggetto precipuo de'loro 
discorsi; i Romani co' loro applausi mostrarono chiarissima- 
mente che essi tutti nutrono sentimenti eguali. Qual maggiore 
consolazione di questa? Qual maggior prova del retto crite- 
rio e del buon cuore di questo popolo ? Ben dunque ha detto 



l'immortale Pontefice: Il mio popolo, io lo conosco j e soche 
il suo cuore è buono! Né son da tacersi il Conte Giovanni 
Pagliacci, il Signor Alessandro Rossi, il Signor Guerrini , e 
il Signor Meucci, i quali anch'essi declamarono poesie e di- 
scorsi analoghi , e furono retribuiti ancor essi di non du- 
bii segni di approvazione. 11 Signor Giovanni de Andreis re- 
citò una canzone bellissima del Signor Checchetelli. Il Chec- 
chetelli, benché assente per ora da Roma, non ha voluto 
tralasciare un'occasione sì degna per celebrare i vanti di 
Roma ; e in ciò gli si debbono non pure applausi ma gra- 
zie; come grazie ed applausi egualmente si debbono al Si- 
gnor de Andreis per aver porto con tanta anima e verità i 
versi del Checchetelli. 

Fuvvi anche uno che disse versi nel dialetto eli Roma. 
Fu questi il sig. Giuseppe Benaglia. In verità io non appro- 
vo queste composizioni in dialetto sia romanesco o bolognese 
o lombardo e via discorrendo. Noi non abbiamo di comune 
che la lingua chiamata illustre da Dante; e gl'Italiani deono 
far di tutto perchè questa lingua trionfi unica su i mille dia- 
letti della Penisola. Tuttavia come le idee, non le parole, 
son quelle che formano il primo pregio di ogni composi- 
zione sia questa in versi od in prosa , cosi vuol dirsi in lode 
del vero che quella del signor Benaglia fu segno, pel suo 
intrinseco merito, alla lode di tutti. 

Sul finire del pranzo , preceduti dal Concerto dei Vigili, 
arrivarono gli studenti della Università, allietando vieppiù 
di loro presenza il lieto banchetto. Al lor giungere fu per 
la terza volta cantato il sempre applaudito inno sul primo 
del corrente anno posto in musica dal Signor Maestro Ma- 
gazzari. Egli anche in questa circostanza diede prova della 
sua valentìa vestendo di note un altro inno scritto dal Signor 
Dottore Slerbini. La musica ne è espressiva, però bella; i 
versi son questi : 

Eri seduta; levati, 
Madre di tanti eroi; 
Oggi s' innalza un cantico 
A te da' figli tuoi; 
Che del materno orgoglio 
Hanno ripieno il cor : 
Tu vivi in Campidoglio, 
Tu sei regina ancor. 



Passano gli anni e i secoli, 
Cangia d' aspetto il mondo > 
Ma di perenne gloria 
E il nome tuo fecondo. 
A te lo scettro e il soglio , 
A te 1' eterno allòr : 

Tu vivi in Campidoglio, 
Tu sei regina ancor. (1) 



(1) Quest' inno e V altro sul primo dell'anno furono ese- 
guiti benissimo sì dalle orchestre che dai coristi; così che non 
poco contribuirono a dar brio alla festa. Al che giovò anche 
la pioggia che si fece di alcune cartoline , nelle quali erano 
impressi i mottetti , che qui riportiamo. 

1. l'antica virtù non è ancor morta, 
col regno di Pio Roma è risorta. 

2. La virtù, la concordia, l'amor 
Tornali Roma all'antico splendor. 

3. Festeggiamo in convito gioviale 
Della patria il bel giorno natale. 

4. In bel nodo d' amore e in un di speme 
Stiamo presso al gran Pio raccolti insieme. 

5. E tuo dono , o gran Pio , se tutti uniti 
In bel nodo d' amor vedi i Quiriti. 

6. Dappoiché il Nono Pio salito è in soglio 
Tornò l'antica gloria al Campidoglio. 

7. Infondi , o Roma , in tutti i figli tuoi 
Il valor, la virtù de' prischi eroi. 

8. Per noi rinverdirà sulla tua chioma 
V allor che tanto ti distinse , o Roma. 

9. O Pio, Roma sclamò, dacché mi reggi, 
Veggo di Numa rifiorir le leggi. 



Sì, mìo dolce amico, Roma è ancor Roma; la città eter- 
na, la città, come benissimo provò il d'Azeglio,, destinata 
da Dio ad essere mai sempre la prima città dei mondo. Ciò 
sentono i Romani. Qual meraviglia che sia riuscita cosa sì 
splendida e commovente la solennizzazione del suo natale? 

amano anch'esse 

Le spelonche natie le fere i stesse. 



10. Sorgi , o Roma , all' antico splendore ; 
Pio ridesta a' suoi figli il valore. 

11. Dal Pontefice pio , clemente e giusto 
Si rinnovella il secolo d' Augusto. 

12. Questo al popolo suo Prence gradito 

Ha la mente d'Augusto e il cuor di Tito. 

13. Pio, per te esclamar posso in tal giorno 
Fui Roma e Roma ad essere ritorno. 

14. Da questi ruderi quante memorie 
In me si destano d' antiche glorie ! 

15. Sotto il regno di Pio vediamo alfine 
Roma risorger dalle sue ruine. 

16. Risorgere veggiamo i tempi andati; 
Rinascono i Fabrizi , i Cincinnati. 

17. Rasta , o Roma, a esaltar l'opre tue conte, 
Muzio Scevola all' ara , Orazio al ponte. 

18. Se Quirino la fondò , 
Roma Pio rigenerò. 

19. Alle antiche tue glorie } a' tuoi bei giorni 
Oggi mercè il gran Pio , Roma , ritorni. 

20. Roma in sì bei convili 
Concorre a festeggiare i fasti aviti. 



6 

Di quale amore adunque amar dovranno i Romani Ro- 
ma? E- per degnamente amare la patria egli è d'uopo ren- 
derla vieppiù illustre, per quanto è in noi, con le nostre 
virtù: far che gli stranieri c'invidiino, non pel vasto impe- 
ro , che ciò è una delle cento vanità di quaggiù, ma pel ben 
essere, per la tranquillità, per la pace di cui godono i nostri 
concittadini , e con esso loro noi. Rendiamo grazie all' otti- 
mo Iddio che ci fé' dono d'un ottimo principe: mercè il quale 
noi potremo godere di tutti i beni sopraccennati, quante volte 
noi rispondiamo con grato animo alle benefiche intenzioni 
di lui, cessando le gare, gli odii, e gli sciocchi farnetica- 
menti. Siamo uomini una volta, e per dirla con Dante, 
Uomini siamo e non pecore matte. 

Ma io predico non volendo. Che vuoi? Troppo io mi 
addoloro al vedere che il più delle volte noi siamo i nemi- 
ci di noi medesimi , rifuggendo per un meglio chimerico dal 
bene reale. E poi anche il meglio , se v'è, non si acquista 
che a gradi a gradi. 

Addio. 

Roma 22 Aprile 1847. Il tuo 

D. P. L. I. 



P. S. Nuovo benefìzio grandissimo , e nuovo attestato 
d'amore. Il benefizio, ben te io immagini, viene dal nostro 
principe e Padre. Leggi, leggi la Circolare del degno mini- 
stro dell'immortale Pontefice. Essa è diretta ai presidi delle 
Provincie, e porta la data del 19 corr. Essa è la più sicura 
garanzia della nostra felicità ; siccome quella da cui appren- 
diamo che Pio IX ci vuole felici. Non era io profeta poche 
linee più su? Confidiamo adunque in Lui; abbandoniamoci 
nelle sue braccia; egli conosce i nostri bisogni; egli è Pa- 
dre ! Oh se ti fossi qui trovato jer sera. Tu che io ho ve- 
duto tante volte piangere di tenerezza al solo nome di Pio! 
Se tu lo avessi mirato nell'atto di benedire a' suoi figli!.... 
Ma io non posso starmi dal raccontarti brevemente quanto 
qui avvenne jer sera. Conosciuta appena che fu dal popolo 
romano la Circolare suddetta, fu un grido, un rapimento, 
un delirio universale di gioja. Su, voliamo dal nostro buon 
padre; sappia almeno che la nostra gratitudine agguaglia la 
bontà del suo cuore. Detto fatto. Tutta Roma muove dalla 



Piazza del Popolo verso Monte Cavallo. Migliaja di faci ri- 
schiarano vagamente le vie, migliaja di faci appajono dai 
balconi; la notte si cambia, come per incanto, in chiarissi- 
mo giorno. T'ho a dire che l'aria echeggiava d'armoniosi 
concenti? T'ho a dire che le acclamazioni a Pio IX erano 

spesse, vivissime? Ben ti dirò cosa che rivela l'alacrità 

ed il senno di questo buon popolo. In mezzo a un oceano 
di luce, s'alzava, e procedeva un grazioso stendardo; lo 
portavano a vicenda Giuseppe Antonini , ed Antonio Brunetti. 

Era un'ampia tela, ove in lettere cubitali stava tutta la 
Circolare ; quella stessa Circolare cagione di tanto giubilo , 
e di sì gran festa. Ma il corteo popolare sta già sulla piaz- 
za di Monte Cavallo; già Pio IX chiamato dalle affettuose 
grida de' figli suoi, già Pio IX alza la mano pietosa per be- 
nedirli, Dio! Veglia su i giorni preziosi del tuo Vicario! Dio! 
Compensalo Tu di tante cure, dì tanti travagli, ch'Ei dura 
per amore di noi!.... amico Iddio ci esaudisce. 

Non sì tosto il S. Padre esci dalla loggia , si spensero 
tutte in un attimo le torce; il silenzio e V ordine, e la più 
lodevole compostezza successero al più vivo , ed al più giu- 
sto entusiasmo. 

Lode eterna a Pio IX : lode eterna al popolo dell' eter- 
na città; il quale con sì splendidi esempi di fervida ad un 
tempo, e ben regolata natura, ne mostra d'essere veramen- 
te degno che Pio IX e Dio abbiano a cuore lui, ed i suoi 
futuri destini. 

23 Aprile t847. 




IMPRIMATUR 
Fr. Seb. Pallavicino V. G. 5. 0. 



IMPRIMATUR 
lan. Casoni Cancellarius Ecclesiastic»